Un processo che richiama uno spaccato della giustizia risalente a sessanta anni fa e che oggi risulterebbe anacronistico solo pensare di riproporre, perché leggi e procedure sono cambiate e un caso del genere (forse) non approderebbe neppure davanti a un giudice di pace. Eppure, vicende come quella che riemerge dalla cronaca giudiziaria di quei tempi, non erano infrequenti e chiamavano i giudici a celebrare processi che oggi costituirebbero solo uno spreco di forze e mezzi. Succede che, accusato di “furto aggravato” di tre galline vive e una morta, un carpentiere di 31 anni di Poggio Mirteto fu rinviato a giudizio al termine dell'istruttoria sommaria e si dovette difendere in un processo dove non mancarono i momenti esilaranti quando si trattò di ricostruire i fatti. Alla fine Ivano, questo il nome dell’imputato, riuscì a essere assolto con formula piena dal collegio giudicante presieduto da Giuseppe Iraso (guidò il Palazzo di giustizia dal 1950 al 1971), affiancato da due giovani vice pretori onorari, Martorana e Torri.
La storia
Ivano, un 31enne che lavorava come carpentiere in Sabina, secondo l’accusa aveva scavalcato la recinzione del pollaio di proprietà di una contadina e si era appropriato di tre pennuti, mentre un quarto era morto durante le concitate (!) fasi dell’azione interrotta dall’arrivo di altre persone. E, comunque, la convinzione dei carabinieri era che ad agire fosse stata una vera e propria banda di ladri. Ma l’indagine, basata anche su alcune testimonianze considerate attendibili, portò al rinvio a giudizio del solo operaio. Al processo, però, Ivano si difese presentando un alibi che si rivelò decisivo: lui, il giorno del furto, non si trovava a Poggio Mirteto perché era stato ricoverato all’ospedale San Camillo di Roma, dove rimase per un mese, oltretutto in condizioni di assoluta impossibilità di potersi muovere durante la degenza. Inoltre, le testimonianze raccolte durante le indagini si rivelarono contraddittorie e lo stesso pubblico ministero Domenico Sica (magistrato che, dopo il periodo di formazione vissuto a Rieti, diventò il coordinatore a Roma delle inchieste contro il terrorismo) sollecitò l’assoluzione di Ivano per insufficienza di prove. Il tribunale andò oltre e scagionò con formula ampia l’imputato “per non aver commesso il fatto”. Sulla sorte delle tre galline sottratte nel pollaio, invece, nessun dubbio sul fatto che avessero soddisfatto il palato dei veri ladri.