Il procuratore Auriemma contro la separazione delle carriere: indipendenza a rischio

28/02/2026
Il procuratore della repubblica di Rieti
Il procuratore della repubblica di Rieti
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Indipendenza della magistratura a rischio? E allora serve votare NO al referendum sulla giustizia. E’ la posizione assunta dal procuratore della repubblica di Rieti Paolo Auriemma, che da rappresentante di Unicost, la corrente vicina al centro destra e quindi governativa, per i cui colori ha ricoperto anche un mandato da consigliere del Csm, è orientata adesso verso la tesi contraria alla separazione delle carriere allineandosi, in questo modo, all’Associazione nazionale magistrati che ha in Rocco Gustavo Maruotti, esponente di Area Dg e pm della procura diretta proprio da Auriemma, il suo segretario generale. Due magistrati appartenenti a correnti storicamente opposte, ma che si ritrovano uniti sullo stesso fronte del NO. L’Auriemma pensiero è noto da tempo e lo ribadirà il 7 marzo, in un evento a Castelnuovo di Farfa (Rieti) organizzato nel teatro comunale, sulla scia del precedente incontro che ha già visto protagonista a Poggio Mirteto il procuratore di Viterbo (ed ex pm reatino) Mario Palazzi, chiamato dal Comitato per il NO di Poggio Mirteto-Montopoli.

Sostiene il procuratore Auriemma: “Se la nostra Costituzione del 1948 - che ora si intende modificare - creò un assetto secondo il quale giudici e pubblici ministeri condividono la stessa carriera (stesso concorso, possibilità di passare da giudice a pm e viceversa sia pur già oggi in casi eccezionali, stesso organo di governo autonomo così da sottrarli ad influenze politiche e di gruppi di pressione esterne, persino da sollecitazioni gerarchiche - la cosiddetta indipendenza interna), una fondata ragione doveva pur esserci. E le ragioni sono sia di natura istituzionale che di natura politica. Sotto il primo profilo, cioè quello che riguarda l’assetto ed il ruolo istituzionale del magistrato, certamente la ragione per cui storicamente in Italia i giudici ed i pubblici ministeri fanno parte da sempre dello stesso ordine (e detta collocazione è stata confermata anche dalla Costituzione repubblicana) è data proprio dal ruolo che il pubblico ministero svolge. Ciò che viene chiesto al pubblico ministero infatti non è una generica difesa della collettività, compito proprio della polizia intesa come funzione svolta dai vari organismi preposti (Polizia di stato, Carabinieri, Guardia di finanza, ecc.), ma una ricerca imparziale della verità attraverso un rigoroso rispetto delle regole, l’applicazione delle leggi conformemente alle indicazioni che si possono trarre dalla Costituzione e dalla normativa europea. Il pubblico ministero, insegna la Corte costituzionale, «non fa valere interessi particolari, ma agisce esclusivamente a tutela dell’interesse generale dell’osservanza della legge, perseguendo fini di giustizia».

La tutela del Csm

Durante il fascismo il pubblico ministero dipendeva non solo dal ministro della Giustizia, ma indirettamente anche dal ministro dell’Interno da cui dipendevano gli organi di polizia e ciò causò distorsioni gravissime nel sistema giudiziario. Anche per questo il Costituente del 1948 volle sanare questi danni confermando una carriera unica con un unico organo di garanzia - il Consiglio superiore della magistratura posto sotto la diretta presidenza del Capo dello Stato - a tutela della autonomia e dell’indipendenza della magistratura tutta, estendendo così ai pubblici ministeri anche formalmente le medesime garanzie previste per giudici. Ed ancora, perché non scrivere nel nuovo articolo della Costituzione (che si vuole modificare) che il pubblico ministero gode delle stesse garanzie di indipendenza del giudice? Tutto questo genera una legittima preoccupazione non - come si tende a far credere - per presunti privilegi dei magistrati (quali sarebbero?) ma per una modifica dell’assetto istituzionale che, in tempi anche brevi, potrebbe finire per incidere significativamente sui diritti di ogni cittadino. Val la pena correre un tal pericolo? I magistrati, con la propria protesta hanno voluto sollevare questa domanda. Ed ognuno dovrà elaborare la propria risposta nella consapevolezza delle ricadute che un riforma, che si allontana dalle regole poste dal Costituente del 1948, potrebbe avere”.

 

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