E’ uno di quei reatini tanto apprezzato a livello nazionale, quanto poco ricordato nella sua terra di origine, quasi a ribadire che “nemo profheta in patria”. Eppure, Crescenzio “Enzo” Di Blasio, scomparso a 69 anni e di cui in questo 2026 ricorre il quinto anniversario, ha ricoperto ruoli di assoluto rilievo nell’ambito dell’amministrazione penitenziaria, dirigendo carceri – a partire da quello di Santa Scolastica – supercarceri, occupandosi della gestione dei più importanti pentiti e collaboratori di giustizia di mafia, camorra, criminalità organizzata nonché dei detenuti politici nel penitenziario romano di Rebibbia, inclusi esponenti di primo piano del terrorismo. Non solo, Di Blasio fu tra i fondatori del GOM, il gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria e, soprattutto, durante la sua carriera strinse un rapporto di reciproca collaborazione e amicizia con il giudice Giovanni Falcone, nato quando il direttore fu inviato a dirigere il carcere palermitano dell’Ucciardone e proseguito poi a Rieti, dove il magistrato assassinato nell’attentato di Capaci con la moglie e la scorta veniva per raccogliere le confessioni del pentito Antonio Calderone, rinchiuso in gran segreto nella casa circondariale di via Terenzio Varrone, che aveva già ospitato, per alcuni mesi, il boss della Nuova Camorra organizzata Raffaele Cutolo. Presenza conosciuta a lungo solo dagli apparati investigativi e giudiziari, su cui vigilavano Di Blasio e gli agenti di custodia insieme alla scorta composta da un gruppo di poliziotti della Questura di Rieti coordinati dal sottufficiale Elenio Santoprete.
La carriera
Di Blasio iniziò la sua ascesa dopo la chiamata da parte della direzione generale del Dipartimento di giustizia del ministero per essere inserito nel gruppo ristretto di esperti incaricati di stilare le norme del 41 bis sul carcere duro. Nella scelta pesò la capacità dimostrata nel gestire la detenzione di Erich Priebke, il capitano delle SS naziste conosciuto come il boia delle Fosse Ardeatine e arrestato dopo decenni di latitanza, l’ottima direzione del carcere di Firenze e poi dei detenuti politici nel penitenziario romano di Rebibbia, dove negli anni di piombo erano ospitati anche terroristi delle Brigate Rosse. Proprio per questo fu inserito tra gli obiettivi da colpire e un appunto che riportava spostamenti, orari e abitudini osservati da Di Blasio fu rinvenuto in uno dei covi scoperti dalle forze dell’ordine e per il direttore iniziò in quegli anni una vita sotto scorta.
A Rieti, però, nessuna istituzione ha mai assunto l’iniziativa di assegnare allo scomparso direttore un riconoscimento ufficiale. Lui, va detto, non amava i riflettori e l’autoreferenzialità che oggi è diventata una regola, ma a distanza di cinque anni potrebbe essere presa in esame la possibilità di intitolargli una strada o uno slargo che saranno realizzati nei futuri insediamenti urbanistici. La Prefettura ha più volte derogato alla regola dei dieci anni che devono trascorrere dalla morte di una persona illustre e la figura di Enzo Di Blasio appare rispecchiare i requisiti richiesti dalla legge. Si potrebbe, per una volta, sfatare il “nemo propheta in patria”, che accompagna il destino di tanti personaggi reatini.