Dai domiciliari (clamorosi) all'assoluzione in tribunale, il processo riabilita Riccardo Bianchi

08/11/2025
Anni 90: Bianchi consigliere comunale del Pci
Anni 90: Bianchi consigliere comunale del Pci
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Viaggio andata e ritorno da quel mondo della giustizia che può riservare amarezze, ma poi sa riscattarsi e riabilitare chi ha messo sotto accusa. Un processo non breve, che dura anni, ma nel caso di Riccardo Bianchi, figura che a Rieti ha ricoperto ruoli di primo piano nel sindacato Cgil (è stato segretario provinciale) e consigliere comunale di Pci e Pds in stagioni di autentico confronto politico, ma anche presidente della Federlazio, si è concluso in modo positivo. Bianchi è stato assolto con la formula più ampia “perché il fatto non sussiste” dal tribunale di Frosinone davanti al quale doveva rispondere di una serie di reati ambientali che gli erano stati contestati insieme ad altri diciannove imputati (tutti assolti) quando era presidente di una società, la “A e A”, che gestiva il depuratore di Ceccano. L’inchiesta dei carabinieri forestali, partita nel 2018, era sfociata addirittura con gli arresti domiciliari disposti dal gip nei confronti di Riccardo Bianchi e di altre tre persone, manager e amministratori. Misure cautelari che avevano sorpreso in rapporto ai reati ipotizzati di inquinamento, traffico illecito dei rifiuti e di aver consentito di scaricare nel fiume Rio Pioppeto reflui non correttamente depurati, contenenti concentrazioni altissime e oltre i limiti consentiti di Cod, Bod5, solidi sospesi, alluminio, solfuri, solfati e fosforo totale.

Accuse infondate

Queste le accuse che, però, al processo non si sono trasformate in prove inoppugnabili, tanto che è stato lo stesso pubblico ministero a chiedere, e a ottenere dal tribunale, l’assoluzione di tutti e venti gli imputati, Bianchi in testa. Decisive, come in tutti i processi a tema ambientale, sono state le diverse perizie che hanno smentito le prime conclusioni raggiunte dal consulente della procura nel corso delle indagini: i livelli di inquinamento del fiume Sacco, nei punti in cui erano state eseguite le campionature, “non superavano i limiti di legge ed erano coerenti con il quadro complessivo del corso d’acqua che da anni risulta compromesso. Anzi, in alcuni punti era anche più basso”. Un danno ambientale che si era concretizzato prima che l’ex presidente della Federlazio diventasse presidente della società di gestione del depuratore, ma sul quale l’attenzione di magistrati e carabinieri forestali si era accesa solo quando i cittadini, stanchi di respirare odori nauseabondi, avevano presentato l’esposto dando il via all’inchiesta. Dopo l’assoluzione, a Bianchi sono arrivate le testimonianze di solidarietà e vicinanza da parte di molti ex sindacalisti e politici che l’hanno conosciuto e apprezzato ai tempi delle vertenze di lavoro più importanti negli anni della crisi del Nucleo industriale Rieti-Cittaducale. Una credibilità restituita dopo un viaggio all’inferno, conclusosi fortunatamente con la definitiva riabilitazione.