Il crack miliardario del gruppo Bosi, madre di tutte le crisi industriali

06/11/2020
Manifestazione dei sindacati nel 1984
Manifestazione dei sindacati nel 1984
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E’ considerata, per durata e implicazioni giudiziarie, la madre di tutte le crisi dell’industria reatina, quella del gruppo Bosi, arrivato tra gli anni 60 e 80 a occupare negli stabilimenti di Rieti e Leonessa fino a seicento dipendenti. Un crack di molti miliardi di lire, che colpì un polo produttivo collocato al quarto posto in Europa nel ramo legnami, diventato poi oggetto di un’indagine per bancarotta condotta dalla magistratura, la prima di una lunga serie legata ad altri fallimenti aziendali registrati nel Reatino, come nel caso della fabbrica di ceramica Sbordoni di Stimigliano, dello stabilimento di imbottigliamento del vino Bevil’s, del Salumificio di Configni, della Tre I di Vazia e, ultimo in ordine di tempo, dell’Omicron Manufacturing. Ma, quella della Bosi, è anche la storia di una delle procedure durate più a lungo in Italia, oltre trent’anni, riguardante società ammesse a godere del regime di amministrazione controllata previsto dalla legge Prodi per le grandi aziende in crisi, prima di giungere a conclusione.

L’inchiesta

Le responsabilità penali del crack finirono per ricadere su due dei tre fratelli fondatori dell’impero del legno, i quali, rinviati a giudizio dal giudice istruttore Marcello Liotta, con diverse accuse di bancarotta, falso, appropriazione indebita e truffa, preferirono patteggiare le condanne (2 anni il primo e 18 mesi il secondo) davanti al collegio del tribunale (presidente Alberto Caperna, giudice Pietro Ferrante e giudice onorario Giannalisa Vidimari), evitando di affrontare il processo.

Ma l’inchiesta penale non fu semplice. Avviata nel 1982, si basò in parte sulle relazioni trasmesse dai commissari giudiziari (il commercialista Orazio Paci, gli avvocati Antonio Belloni e Giovanni Vespaziani, riusciti a evitare il fallimento del gruppo e a ottenere la cassa integrazione per i lavoratori, nonchè la liquidazione per gli stessi del Tfr grazie al fondo di garanzia dell'Inps) e dal commissario straordinario Mario Fanti, rimasto a gestire la procedura per 23 anni, durante i quali diversi politici locali e nazionali si alternarono al capezzale della Bosi nel tentativo di far ripartire la produzione, ma senza successo. Dopo Fanti, il ministero nominò in successione altri commissari liquidatori, incaricati di chiudere i conti e presentare i bilanci in tribunale, cosa avvenuta a 30 anni di distanza dall’apertura del procedimento.  

Le coperture

Indagine che incontrò diverse difficoltà, dovute alla complessità delle perizie e alla non facile ricostruzione dei vari aspetti della vicenda. Risultò che per fronteggiare il dissesto finanziario, erano state compiute una serie di spericolate operazioni bancarie, coinvolgendo finanziarie, istituti di credito italiani e pure esteri. In sostanza, per ottenere i finanziamenti, alcune società satelliti firmavano fideiussioni incrociate in favore della Bosi Spa per cifre di gran lunga superiori all’effettivo capitale sociale. Alcune finanziarie, coinvolte nei prestiti, non riuscirono a recuperare il denaro perché il reato di truffa era stato dichiarato estinto per prescrizione.

Tra gli escamotages studiati per ottenere i finanziamenti, c’era anche quello di assegnare a semplici dipendenti  la carica di amministratore di società consociate a responsabilità limitata. Ma il giudice Liotta, prosciogliendo con formula piena quattordici persone (sindaci e amministratori delle società satelliti) indagate per concorso in bancarotta fraudolenta, stabili che gli stessi non avevano mai operato e neppure erano stati messi nelle condizioni di esercitare un controllo delle gestioni societarie perché erano solo dei prestanomi.

Rapporti pericolosi

Fatali, per la Bosi, si rivelarono i rapporti commerciali intrattenuti con la Sicilia, dove le forniture di materiale di pregio venivano sistematicamente contestate da aziende risultate in odore di mafia. In realtà, si trattava di una tecnica collaudata: per non riportare indietro la merce contestata, aggravando i costi di trasporto, la società si vedeva costretta ad accettare pagamenti al ribasso, e questo fatto, alla lunga, contribuì ad aggravare il dissesto finanziario, determinato anche dall’aumentata concorrenza da parte di altre industrie nazionali del legname che rendeva particolarmente oneroso trasportare i tronchi di legno da Leonessa e Rieti utilizzando il treno merci. Non andò meglio in Puglia, dove spesso venivano rubati gli autotreni carichi di tronchi diretti al deposito nell’area industriale di Bari, dove furono scoperte infiltrazioni della criminalità organizzata. A questo, va anche aggiunto l’acquisto per centinaia di milioni  di macchinari rivelatisi poi superati a favore di altri più moderni.

Diritti umani

L’ultimo capitolo della madre di tutte le crisi, ha riguardato il ricorso che un nutrito gruppo di ex dipendenti della Bosi, tra quelli ancora in vita e gli eredi di quelli scomparsi - riusciti solo nel 2013 a riscuotere la parte di retribuzione non pagata quando finirono in cassa integrazione (ferie, indennità festive, ratei di tredicesima e premi di produzione) - avrebbero voluto presentare alla Corte Europea di Strasburgo per la violazione dei diritti dell’uomo causata dall’eccessiva durata dell’amministrazione straordinaria.

La richiesta, come previsto dalla legge, fu inoltrata da circa duecento ricorrenti alla Corte di Appello di Perugia, competente a stabilire la fondatezza dell’azione risarcitoria e a decidere sulla sua trasmissione a Strasburgo, ma nel 2017 i giudici respinsero la domanda, ponendo così fine alla lunga storia della Bosi, iniziata ufficialmente nel 1961 con le prime produzioni di legno nello stabilimento di Leonessa.