Franco Bianchi, dal covo delle Ucc all'arresto di un esponente del Movimento Armato Sardo

23/10/2021
Il maresciallo dopo un sequestro di armi
Il maresciallo dopo un sequestro di armi
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Protagonista di una stagione, ormai lontana, ma non dimenticata. E’ quella che ha vissuto Franco Bianchi, uno dei carabinieri più impegnati nei periodi in cui il Reatino fu teatro di vicende legate sia all’attività di movimenti terroristici, che avevano scelto il territorio non per compiere attentati, ma per stabilirci delle basi logistiche, sia da episodi di criminalità organizzata. Formatosi nella squadra di polizia giudiziaria dell’Arma, guidata dal maresciallo Giovannino Sabetta, Bianchi nel corso della sua attività ricoprì diversi incarichi, a partire dal reparto Operativo, poi comandando una stazione nel Viterbese, e terminando il suo percorso al Nas di Pescara.

L'operazione di Vescovio

La sua scomparsa rievoca vicende di cronaca dove il sottufficiale sfoggiò un particolare intuito investigativo, a partire dalla scoperta, avvenuta nel 1979 a Vescovio di Torri in Sabina, del covo delle Unità Combattenti Comuniste, formazione armata di estrema sinistra nata dopo la scissione dalle Brigate Rosse. Bianchi in quel casale seminascosto ci giunse insieme ai colleghi del nucleo Investigativo di Rieti e della compagnia di Poggio Mirteto. La Sabina era particolarmente sorvegliata il caso Moro perché, nel 1978, c’era stato il sospetto che lo statista fosse stato brevemente tenuto prigioniero in un casello abbandonato della ferrovia Roma- Firenze.

Mentre effettuavamo il controllo delle stanze, trovammo una pistola calibro 7,65 – ricordava – e notai mezzo secchio di olio detergente, di quello usato per pulire le armi. Possibile che tutto quell’olio venisse utilizzato solo per quella? Interrogando alcuni vicini, seppi così che alcune persone salivano spesso sul tetto e così decidemmo di ispezionarlo. Trovammo due serbatoi, di cui uno mimetizzato dall’edera e protetto da un nido di vespe, e fu proprio al suo interno che dopo aver rimosso quella sorta di protezione rappresentata dal nido, trovammo un arsenale di armi, insieme a molti documenti delle Unità Combattenti Comuniste e alle istruzioni per confezionare esplosivi. Era un deposito, dove le pistole venivano prelevate quando servivano per essere usate in qualche azione e, dopo essere state pulite e oliate, rimesse a posto”. Per l’Arma fu un successo, seguirono decine di arresti e le Ucc furono smantellate.

Periodi di grandi tensioni, che il carabiniere visse anche quando arrestò alla Pirelli di Tivoli Sergio Calore, terrorista dei Nar, coinvolto nell’inchiesta condotta alla fine degli anni 70 dal sostituto procuratore Giovanni Canzio sul tentativo di ricostituzione del disciolto partito fascista. Calore, condannato all’ergastolo per altri episodi di terrorismo e quale mandante di un omicidio, poi diventato uno dei grandi pentiti di destra (è stato misteriosamente assassinato nel 2010 a Guidonia), fu bloccato da Bianchi e dai suoi colleghi all’interno dello stabilimento dove lavorava e trasferito nel carcere di Santa Scolastica. L’escalation dell’inchiesta, con il coinvolgimento di nomi importanti della destra, determinò anche un clima di forte preoccupazione attorno a chi stava indagando, tanto che Bianchi accompagnava e scortava personalmente quel giovane magistrato in tutti i suoi spostamenti, anche quando andava a Roma per coordinarsi con il giudice Amato, poi assassinato dai Nar, in seguito al trasferimento dell’inchiesta reatina nella Capitale.

La trattativa

Ma del sottufficiale si ricorda anche l’abilità dimostrata nel trattare la resa di uno dei sequestratori di Anna Bulgari (della famiglia dei gioiellieri romani) e del figlio Giorgio Calissoni, il sardo Claudio Cadinu, barricatosi nell’inverno del 1984, insieme alla moglie e due bambini, dentro un residence al Terminillo dove i carabinieri l’avevano intercettato. Era un esponente del Movimento Armato Sardo, aveva già ucciso un carabiniere e per questo era ricercato, non fu certo facile il suo arresto. Fu lo stesso Bianchi a raccontare le fasi più drammatiche: “Mi spacciai per il colonnello Battista, comandante del gruppo, e insieme al capitano Piacentini dialogai a lungo con lui, era un duro e pronto a qualsiasi azione. Gli assicurammo che la donna e i ragazzini non avrebbero subito conseguenze e alla fine della trattativa si convinse, passandomi la pistola attraverso la finestrella del terrazzino prima di uscire a mani alzate”.