Alba di fuoco sull'altopiano di Rascino, terrorista ucciso durante una sparatoria con i carabinieri

30/05/2024
Il luogo del conflitto a fuoco
Il luogo del conflitto a fuoco
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Fu un'alba di fuoco e di morte quella che, il 30 maggio 1974, illuminò l'altopiano di Rascino, nel Cicolano, dove, in un conflitto a fuoco con carabinieri e guardie forestali, fu ucciso un terrorista collegato con il movimento di destra del Mar, il Movimento armato rivoluzionario che negli anni 70 mise a segno numerosi attentati in tutta Italia. Un episodio che fece conoscere da vicino al Reatino la tragica realtà degli anni di piombo e come la provincia sabina, confermarono gli eventi successivi a quell'evento, fosse stata scelta per ospitare basi operative da parte di organizzazioni di destra e di sinistra dove pianificare le azioni. La riprova arrivò nel 1979, quando a Vescovio di Torri in Sabina i carabinieri scoprirono un casale che ospitava il covo dei terroristi delle Unità Combattenti Comuniste, una frangia fuoriuscita dalle Brigate Rosse. La banda fu falcidiata da decine di arresti e nel sottotetto fu rinvenuta una santabarbara composta da armi, munizioni, esplosivi da usare negli attentati. Ancora, negli anni seguirono altre scoperte di depositi in diversi luoghi del Reatino che portarono al sequestro di una gran quantità di armi e materiale.

L'accampamento

Sull'altopiano di Rascino, il campo paramilitare era stato allestito da tre terroristi vicino al lago, una zona lontana da altri centri abitati, e da lì avrebbero dovuto raggiungere Roma, dove il 2 giugno erano in programma i festeggiamenti per la repubblica. Dentro una tenda si era sistemato un commando armato di tre persone, ma fu scoperto con un’operazione congiunta condotta da carabinieri di Fiamignano e Cittaducale e guardie forestali di Antrodoco. Le pattuglie erano salite  fino a Cornino di Rascino, sopra il paese di Petrella Salto, per controllare se quei giovani notati da un pastore della zona, che aveva intravisto l’arsenale custodito all’interno di una jeep Land Rover e udito poi, in lontananza, qualche botto, potevano davvero essere dei pescatori di frodo, come ipotizzato all’inizio, intenzionati a far esplodere nel lago qualche ordigno per fare incetta di pesce. In realtà, erano terroristi del Mar, e nel conflitto a fuoco uno di loro, che aveva già gravemente ferito due militari uscendo dalla tenda, fu ucciso da un sottufficiale dei carabinieri prima che potesse continuare a sparare.

La vittima

Si chiamava Giancarlo Esposti, aveva 27 anni, milanese, e con altri due estremisti era arrivato nella zona due giorni dopo la strage di piazza della Loggia, avvenuta a Brescia, dove morirono otto persone, tanto che all’iniziò le prime indagini coordinate dalla procura misero il terzetto in collegamento con quell’evento, sospettando una loro fuga in seguito all’attentato. Pista che, successivamente, fu abbandonata: strage bresciana e campo paramilitare scoperto a Rascino si rivelarono due episodi ben distinti. La perquisizione seguita alla sparatoria portò a sequestrare un vero e proprio arsenale: un fucile di precisione Hammerling Mauser calibro 7,62 Nato, due mitra, pistole, munizioni, una grossa quantità di esplosivo, tra cui 50 chili di Anfo, e centinaia di detonatori. Materiale da impiegare, confessò uno degli arrestati, in attentati da compiere a dighe, ferrovie e pure alla parata del 2 giugno 1974, in via dei Fori Imperiali, in occasione della Festa della Repubblica. Esposti, fu appurato, fungeva da corriere per il Mar: si riforniva di armi e documenti falsi a Roma e di esplosivo ad Ascoli. Nelle sue tasche fu trovata una tessera della Pide, la polizia politica portoghese appena sciolta dopo la “rivoluzione dei garofani”, una tessera da studente della Sorbona, un’agendina e due foto formato tessera di un notissimo neofascista milanese.

Le indagini

L’interrogativo principale riguardò subito i motivi della scelta fatta dal commando di accamparsi a Cornino. Impossibile, sostennero gli inquirenti, che la decisione di arrivare sull’altopiano del Cicolano fosse stata casuale. Bisognava conoscerle quelle zone e, in sostanza, l’idea che si fece strada è che Esposti e compagni avessero goduto di un appoggio locale, o magari, più semplicemente, di qualcuno che frequentava Rascino e aveva dimestichezza con quei luoghi, considerati assolutamente tranquilli e isolati da consentire di passare inosservati. Si indagò a lungo in questa direzione e, anche se qualche possibile fiancheggiatore finì nel mirino delle indagini, non si riuscì mai a dargli un nome e un volto. L’inchiesta rimase a Rieti per alcuni mesi, durante i quali fu ininterrotta nel carcere di Santa Scolastica la presenza di magistrati dell’antiterrorismo che indagavano su piazza della Loggia e altri episodi collegati all’eversione di destra, come pure quella di inviati dei giornali e troupe televisive nazionali. Uno dei carabinieri feriti nella sparatoria, Alessandro Iagnemma, colpito da Esposti insieme al collega Antonio Mancini, lottò a lungo contro la morte e fu costretto ad affrontare una serie di interventi chirurgici per riparare le lesioni provocate dai proiettili esplosi dal terrorista ucciso.  Ai militari protagonisti di quella operazione furono, in seguito, assegnati encomi e riconoscimenti dalla Regione e dall'Arma dei carabinieri